Storia, testo e significato di “Roadhouse Blues”: il successo intramontabile dei Doors

“Roadhouse Blues” è uno dei brani più famosi e importanti dei Doors, contenuto nel disco “Morrison Hotel”: il testo e la storia del brano.

La copertina di Morrison Hotel dei Doors
La copertina di Morrison Hotel dei Doors (Blueshouse.it)

La fine è quasi vicina, la dolce unica amica di Morrison, che nel 1970, insieme alla sua band, pubblica il penultimo album, almeno con la formazione al completo: il leggendario “Morrison Hotel”. Pubblicato nel febbraio del 1970, il quinto album dei Doors segna un deciso ritorno alle atmosfere blues rock, dopo il più leggero “The Soft Parade”, non accolto benissimo dalla critica, e dopo lo sciamanico “Waiting For The Sun”.

Se questi due album vengono accolti con critiche contrastanti, sia dalla stampa che dal pubblico, nonostante le vendite milionarie, è con “Morrison Hotel” e il finale “L.A. Woman” che i Doors tornano a essere acclamati da tutti e in tutto il mondo. Anche se i singoli estrapolati dal disco sono ben cinque, l’unico a entrare nell’immaginario collettivo è il brano di apertura, “Roadhuse Blues”.

Quando i Doors riscoprirono le radici blues rock: storia e testo di “Roadhouse Blues”

La formazione dei Doors
La formazione dei Doors (Blueshouse.it)

“Roadhouse Blues”, appena esce, si impone nelle classifiche, facendo schizzare le vendite di “Morrison Hotel”. Si tratta di un boogie rock che rievoca le radici blues della band e l’amore di Morrison per i luoghi vecchi e desolati. Non a caso, il brano viene descritto dallo stesso come un omaggio alle vecchie locande dove un tempo gli afroamericani suonavano il blues.

“Siamo a bordo di una Chevy del ’57 e stiamo andando verso una vecchia locanda, andiamo piano, è notte fonda, abbiamo una cassa di birre nel bagagliaio, ascoltiamo la radio” recita Morrison, presentando il brano. In realtà, la vecchia locanda di cui parla Morrison non è un posto mitologico, lontano nel tempo, è il chitarrista Robby Krieger, anni dopo, a spiegare che la “locanda” non era altro che un bar vicino agli studi di registrazione.

Jim trascorreva parecchio tempo in quel bar, ubriacandosi, e anche se in città, quel locale sembrava uscito dal deserto. Morrison aveva trasformato un semplice bar di città in una polverosa locanda blues di altri tempi. Gli aveva dato un’altra connotazione spazio-temporale nei suoi versi. Il brano è figlio di numerose take, nonostante le difficoltà delle registrazioni, Krieger ammette che quello è stato un periodo positivo per la band.

Quella vecchia locanda blues sperduta nel deserto

“Sul retro della locanda ci sono alcuni bungalow, sono per gente a cui piace fare le cose con calma. Andiamoci e restiamoci tutta la notte. Emoziona la mia anima”, recita il testo, proseguendo un racconto desertico, allucinato, e poi conclude “Signora delle ceneri, dimentica i tuoi voti, salva la nostra città. Il futuro è incerto e la fine è vicina”.

Ancora un brano che racconta la fine. Un brano che celebra la fine del mondo, l’incertezza del futuro, e la voglia di fare baldoria fino all’ultimo giorno di vita. Tutto il 1969 è un anno sereno per i Doors, sopratutto dopo i deliri del 1968, a causa delle travagliate gestazioni di “The Soft Parade” e l’arresto di Morrison per atti osceni in pubblico.

Alla fine, le registrazioni di “The Soft Parade”, più sofisticate del solito, tanto per sperimentare i nuovi suoni in voga al periodo, stressano i musicisti, i quali scelgono di comporre un semplice disco rock blues quale “Morrison Hotel”. “Così era tutto più semplice, si sentivamo meglio e ci siamo divertiti” dirà Krieger.

“Roadhouse Blues” è la quintessenza del blues, il groove è ideato da Densmore e Manzarek, Krieger improvvisa l’assolo di chitarra, Morrison sfoggia la sua meravigliosa voce. Un lato del disco è intitolato “Hard Rock Café”, che non c’entra nulla con la famosa catena, ma anche questo, come “il bar nel deserto”, è un postaccio pieno di senzatetto e di poveracci, dove la band va a bere durante le pause dallo studio di incisione.

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