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Muddy Waters, il padre del Blues di Chicago, e il suo blues psichedelico

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Andrea Cerasi

Non si può parlare di blues senza citare il leggendario, enorme, Muddy Waters, il padre del blues di Chicago e della psichedelia.

Muddy Waters con la sua chitarra (Blueshouse.it)

Muddy Waters è leggenda, è un mondo a sé, e quando si parla di blues è praticamente impossibile non citarlo. È lui il punto di congiunzione tra passato e modernità, tra il blues rurale, quello classico, e il blues rock psichedelico dell’era moderna. Muddy Waters è stato talmente rivoluzionario che persino i puristi del blues, all’epoca, lo reputavano troppo estremo.

Questo perché Waters andava contro le regole imposte dalla tradizione blues, le sovvertiva, ma senza snaturarne l’anima, e scoperchiava qualcosa di nuovo, di inedito, in grado di rivoluzionare il mondo. Jimi Hendrix, in una intervista, riferisce che da piccolo, quando ascoltava Waters, aveva timore, perché la sua musica gli trasmetteva sensazioni viscerali, gli strappava fuori emozioni remote.

Il padre del blues di Chicago: il mito di Muddy Waters

La musica di Muddy Waters ha influenzato tutti, basti pensare che i Rolling Stones presero il loro nome proprio da un brano del bluesman. I Led Zeppelin, innamorati persi del blues, chiamavano Muddy Waters il padrino del rock. Ma Waters non ha mai suonato rock puro, eppure lo ha influenzato prepotentemente, un po’ come Neil Young farà con il movimento grunge, pur non addentrandosi mai negli sporchi riff hard rock mescolati col punk.

Mckinley Morganfield, in arte Muddy Waters, “Acque Torbide”, nacque nel 1913, nel Mississippi, proprio lì dove il blues è nato, nella metà del’800, e proprio lì dove si respira ancora l’odore del blues. Probabilmente, dopo Robert Johnson, il bluesman che fece il patto con il diavolo, considerato il primo musicista rockstar della storia, Waters è il bluesman più importante di sempre.

Considerato il padrino del blues di Chicago, l’infanzia di Waters non fu semplice. Crebbe orfano, allevato dalla nonna. Fu proprio lei a dargli il soprannome che, in età adulta, diventerà il suo nome d’arte. Sempre lei gli regalò la sua prima armonica, che gli cambiò la vita. Muddy, acquistata la sua prima chitarra per due soldi, appena maggiorenne decise di trasferirsi a Chicago.

La nuova vita a Chicago e la nascita di un nuovo stile musicale

Il blues, all’epoca, era ancora poco diffuso negli Stati Uniti, lo si conosceva solo lungo le sponde del Mississippi, ma era una forma musicale di cui non esistevano ( o quasi) incisioni. Tra le prime registrazioni ci sono quelle di Alexander Texas, misterioso cantante dei primi del ‘900. La si tramandava a voce, la si ascoltava nei locali e per le strade. Era la musica della comunità nera, che non sapeva leggere né scrivere, era la musica del lavoratori e dei grandi bevitori.

Il Blues delle Acque Torbide

Waters si lasciò alle spalle il Delta e iniziò la sua nuova vita a Chicago, dove conobbe tanti altri musicisti, tra cui Sonny Boy Williamson, altro gigante del blues. Negli anni ’30 iniziò a incidere numerosi singoli, che diedero forma al blues di Chicago. In quegli anni non esisteva l’album come concetto, ma solo canzoni singole sparse, molte delle quali neanche incise sui dischi.

Solo a partire dagli anni ’50, Muddy Waters iniziò a realizzare album, che cambiarono la storia della musica, perché modernizzarono il blues tradizionale, lo portarono verso altri confini. Nel 1960 uscì il primo vero disco, dove il blues incontrava la psichedelia, i ritmi spesso lenti, oscuri, incutevano timore, poi partiva la chitarra che apriva un nuovo mondo.

“Folk Singer”, “Electric Mud”, “Fathers and Sons”, “Unk in Funk”, “Hard Again”, “I’m Ready”, sono tutti album classici del blues, di incredibile successo. In questi dischi, sono sparse canzoni che hanno fatto la storia, conosciute da tutti. Qualche titolo? “I Just want to make love to you”, “Louisiana Blues”, “Long distance Call”, “Hoochie Coochie” e “Honey Bee”.

Andrea Cerasi

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