Il testamento musicale di David Bowie è un incredibile ed assoluto jazz

David Bowie tornava sul suo pianeta il 10 gennaio 2016, lasciando al mondo il suo testamento jazz: “Blackstar”.

David Bowie nel videoclip
David Bowie nel videoclip (Blueshouse.it)

Il 10 gennaio 2016 se ne andava uno degli artisti più importanti della storia della musica, e non è un’esagerazione, perché David Bowie ha cambiato il mondo. Ha contribuito alla nascita del glam rock negli anni ’70, per poi distruggere il personaggio di Ziggy Stardust e convertirsi per una breve parentesi al funk. Poi il trasferimento a Berlino, dove, in compagnia di Brian Eno e di Iggy Pop, ha nuovamente influenzato il mondo musicale.

Lo ha fatto rilasciando la splendida trilogia berlinese, dove il rock si fondeva con la musica ambient. E ancora, “Scary Monsters” profuma di new wave, “Let’s Dance” attinge a piene mani al sound degli anni ’80. In seguito, altre sperimentazioni, come i due gioielli degli anni ’90, “1.Outside” e “Earthling”, che flirtano con l’elettronica. Dopo il ritorno alla forma con gli ultimi lavori, “Reality” e “The Next Day”, con la copertina di “Heroes” censurata, Bowie giunge alla fine del suo percorso.

Il testamento jazz di David Bowie: “Blackstar” racconta un’esperienza ultraterrena

La copertina di Blackstar, versione vinile e CD
La copertina di Blackstar, versione vinile e CD (Blueshouse.it)

Il punto finale del suo percorso si intitola “Blackstar”. È l’album dell’addio, pubblicato lo stesso giorno del suo compleanno, l’8 gennaio 2016, due giorni prima della partenza da questo pianeta, per fare ritorno su chissà quale stella. Ed è proprio una stella nera a comparire sulla cover del disco, l’unico album dove in copertina non campeggia il cantante.

Guarda lassù, sono in Paradiso, ho delle cicatrici che non possono essere viste” recita “Lazarus”.

In tal caso, la sua immagine non serviva, serviva il suo spirito, perché “Blackstar” è un disco che parla di esperienze ultraterrene, nel quale i testi fanno riferimenti continui alla sua malattia, alla possibilità della morte. David Bowie aveva concepito l’album come ultimo regalo per gli ascoltatori e, secondo il produttore Tony Visconti, Bowie ha trasformato la sua vita, e così la sua morte, in opera d’arte.

Lo ha fatto con la stessa eleganza degli esteti di fine ‘800. Negli ultimi mesi di vita, al posto di esporsi e di dichiarare al mondo la sua malattia, farsi compiangere, David passeggiava per le vie di Soho, il suo quartiere di New York, andava a osservare le mostre di arte, si recava a bere nei pub underground sotto casa, e andava nei locali dove si suonava il jazz.

L’idea di un nuovo ultimo disco jazz in carriera

Ecco, l’idea era proprio quella di assorbire tutte le influenze jazz, per concepire l’ultimo capolavoro, il testamento spirituale. Le sessioni di “Blackstar” erano iniziate nel periodo natalizio del 2014 ed erano proseguite per tutto l’inverno 2015. “Abbiamo fatto di tutto per evitare il rock n’ roll” ha ammesso Visconti, “Bowie sapeva cosa voleva e ha dato massima libertà ai musicisti”.

Nel giorno della sua morte, lo spirito si è solleveto da terra e si è fatto da parte” recita “Blackstar”, il lungo brano di apertura.

Dell’artista, i musicisti che gli sono stati vicino durante le registrazione dell’album avevano detto che “Lavoravamo dalle 11 alle 16, tutti i giorni, David non dava segni della sua malattia, era felice”. L’idea di suonare con musicisti jazz così grandi lo entusiasmava. McCaslin al sassofono, Linder al piano, Lefebvre al basso, Guiliana e Murphy alle percussioni, Monder alla chitarra.

In “Sue”, David canta “Ho chiamato la clinica, la radiografia è andata bene, vado a casa”.

Una squadra fantastica, unita per dare vita a un disco di media durata e di sole sette tracce. Sette tracce intense, oscure, morbose, che lasciano con il fiato spezzato. In questi brani non c’è il rock ’n roll, come aveva detto Visconti, ma solo jazz, un jazz moderno, hard bop e fusion. Bowie è la stella nera, pronta a solcare l’universo e a spegnersi lontano, al ritmo di un jazz lento e sensuale.

Più di 100 mila copie sono state vendute nel giro di sette giorni, la morte di David ha dato una spinta clamorosa alle vendite dell’album, tanto da segnare il suo ultimo record: è stato il più veloce disco d’oro della sua carriera. Nella conclusiva “I Can’t Give Everything Away” si legge “Vedere di più e provare di meno. È l’unico messaggio che mando”.

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