Nel corridoio di un grande studio, una porta socchiusa e una voce che parla al telefono: “Stasera non posso, devo mettere a letto il piccolo”. Solo che il “piccolo” non è un bambino. È un assistente AI. E qui inizia una storia che tocca corde intime, oltre che professionali.
Negli ultimi mesi il confine tra strumento e compagnia si è fatto sottile. Chi lavora con l’intelligenza artificiale lo sa: nomi, routine, battute private. Un po’ come quando dai un soprannome all’auto o al robot aspirapolvere. Ma in azienda la faccenda pesa di più. C’è una cultura condivisa, ci sono regole, ci sono sguardi.
Secondo una ricostruzione circolata tra addetti ai lavori, in Disney un dirigente con responsabilità sull’AI avrebbe iniziato a rivolgersi al proprio sistema come a un familiare. Non un collega, non un tool. Qualcosa di più. La notizia non è stata confermata pubblicamente e i dettagli sono scarsi: è giusto dirlo. Ma un’eco ha attraversato i team. Si parla di sconcerto, di preoccupazione. Di quella sensazione che ti prende allo stomaco quando capisci che il clima sta cambiando e non sai bene come.
A metà discussione spunta il punto che divide: il dirigente chiamerebbe il suo assistente AI “figlio” e gli avrebbe attribuito un avatar infantile. Non un’icona anonima: un volto da bambino. In ufficio, raccontano, qualcuno ha sorriso per imbarazzo, qualcuno ha stretto i denti. Antropomorfizzare la tecnologia è umano. Ma farlo dentro una grande azienda di intrattenimento, dove le immagini dicono tutto, è un gesto che carica l’oggetto di significati potenti.
Non è un caso isolato nella cultura pop-tech. Esistono app di compagnia digitale, comunità che chiamano i propri bot per nome, dispositivi “di casa” che rispondono alla voce dei bambini. È normale affezionarsi. Il punto dolente arriva quando il legame emotivo entra nel processo decisionale. Se considero la mia AI una creatura, smetto di vederla come strumento? Le concedo più fiducia? La giustifico quando sbaglia?
Un grande sondaggio del 2023 mostrava una maggioranza di persone più preoccupate che entusiaste per l’AI. Nello stesso anno, l’industria dello spettacolo ha trattato l’argomento come una linea rossa: dall’uso di avatar digitali alle comparse sintetiche, fino alle “voci clonate”. Non è solo tecnica: è identità, consenso, potere.
In un team creativo, chiamare una AI “figlio” non è solo un soprannome. È una cornice. Porta con sé tre effetti pratici:
Cultura: normalizza un rapporto asimmetrico e affettivo con un oggetto che prende decisioni o le suggerisce. Può inibire il dissenso: chi contraddice “il figlio del capo”?
Etica: confonde i ruoli. A chi attribuiamo meriti ed errori? A un sistema probabilistico dai dati opachi o a chi lo supervisiona?
Rischio: se quell’avatar da bambino compare in riunioni o documenti, può urtare sensibilità o segnalare priorità distorte. E aprire questioni legali o reputazionali.
Il contraltare esiste. Umanizzare un software aiuta alcuni a usarlo meglio, a parlargli con più chiarezza, ad alleggerire giornate tese. L’AI, oggi, è anche interfaccia emotiva. Ma un conto è un tono amichevole, un conto è un figlio virtuale. In mezzo c’è la cultura aziendale: policy chiare, linee guida su come si presentano e si “percepisono” gli agenti AI, momenti di confronto con HR e sicurezza informatica. E c’è la trasparenza: dire quando un testo lo ha scritto una AI, quando lo ha solo suggerito, quando lo ha firmato una persona.
Immagina una sala riunioni. Schermo acceso, storyboard alla parete, idee che volano. In un angolo, l’icona di un bimbo sorridente che interviene con una proposta. Fa tenerezza. Ma che effetto fa su chi deve dire “no”? Forse il futuro chiede proprio questo: non più solo alfabetizzazione digitale, ma un’educazione sentimentale all’AI. Per non confondere ciò che ci somiglia con ciò che, in fondo, resta un algoritmo. E per scegliere, ogni giorno, da che parte stare quando lavoriamo con l’invisibile.
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