Nel silenzio morbido di Pollenzo, il saluto a Carlo Petrini ha preso la forma del canto. Nessun copione, solo voci libere tra gli alberi dell’Agenzia, là dove un’idea diventata mondo ha messo radici: nutrire bene la terra per nutrire bene le persone.
A Pollenzo, frazione di Bra nel Cuneese, il luogo in cui è nato il progetto di Slow Food e dell’Università di Scienze Gastronomiche, la comunità si è stretta per l’ultimo saluto. La cerimonia laica nei giardini dell’Agenzia aveva un’aria semplice, asciutta. Poco protocollo, molta sostanza. Gente arrivata da vicino e da lontano, con un sentimento in comune: gratitudine.
All’inizio erano sussurri. Poi le voci si sono alzate in coro. Canti spontanei, senza spartito, come nelle veglie di paese. Un gesto istintivo che ha detto tutto, più di qualsiasi discorso. Nel mezzo, le parole di Don Luigi Ciotti: “La sua è una eredità immensa”. Nessuno ha avuto bisogno di tradurre.
Perché qui, a Pollenzo, quella “eredità” ha mura, mani, lavoro. Ha l’università che da vent’anni forma cuochi, agronomi, narratori del gusto. Ha il progetto Terra Madre, che dal 2004 mette in rete contadini, pescatori, pastori, attivisti. Ha le fiere che hanno cambiato l’alfabeto del cibo: il Salone del Gusto a Torino, Cheese a Bra. E ha una semplice triade diventata bussola globale: cibo “buono, pulito e giusto”.
La traiettoria è nota ma resta sorprendente. Negli anni Ottanta, mentre prendeva forza la cultura del fast, Carlo Petrini spostava il fuoco sul tempo lungo: territori, stagioni, biodiversità. Da quell’innesco è nata un’associazione diffusa in oltre 150 Paesi, capace di creare centinaia di Presìdi Slow Food a tutela di prodotti e saperi minori. Numeri facilmente verificabili, ma che qui, stamattina, contano meno dei volti: produttori con le mani segnate, studenti con zaini pieni di appunti e sogni.
Molti ricordano un dettaglio: Petrini che si presenta come “Carlin”, che ascolta, che ti chiede da dove vieni e cosa mangi davvero a casa. Ha costruito un’idea di gastronomia che non sta nei ristoranti stellati, ma nelle cucine di tutti. Qui, oggi, quel modo di stare al mondo si è visto nella cura dei gesti: persone che fanno spazio, che offrono una sciarpa, che aspettano il proprio turno senza fretta.
Pollenzo, una comunità che canta
Il canto, più che un omaggio, è sembrato un patto. Un “ci siamo” che tiene insieme presente e memoria. Nessuno ha parlato di numeri esatti di partecipanti: non erano quelli a fare notizia. Si è sentito invece un tono comune, lo stesso che dalle Langhe ha attraversato il mondo quando Slow Food ha difeso un formaggio a latte crudo o una semenza antica. In un tempo che corre, le persone hanno scelto di fermarsi. E di cantare.
Un’eredità che parla al futuro
Dopo un addio così, la domanda è semplice: che cosa tocca a noi? L’eredità di Petrini non è un monumento, è una pratica quotidiana. Sostenere i mercati contadini. Chiedere mense scolastiche più giuste. Dare valore a chi coltiva suoli vivi. Non servono slogan, servono scelte: comprare meno e meglio, rispettare stagioni e paesaggi, riconoscere il prezzo reale del lavoro agricolo. Sono azioni piccole, ma sommate cambiano il respiro dei luoghi.
Alla fine, i canti si sono abbassati. Un raggio di sole ha attraversato i filari poco fuori, dove l’inverno prepara la primavera. Viene da pensare che il commiato più fedele a Carlo Petrini sia proprio questo: una comunità che non aspetta un leader per agire. Se domani, a tavola, sceglieremo qualcosa di più consapevole, quel coro di Pollenzo continuerà. E tu, quale voce aggiungerai?