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Cinema e Tv

“Raffa”, la docu-serie che non ti aspetti: tre buoni motivi per non perderla

Published by
Francesca Bloise

“Raffa”, 3 buoni motivi per guardare la docu-serie sulla Carrà. Non solo luci e televisione ma anche un viaggio introspettivo

La locandina della docu-serie “Raffa” (Blueshouse.it)

Raffaella Carrà non è stata un’artista qualunque, ma una vera icona, un tornado che ha saputo attraversare e unire generazioni ed epoche andando oltre ogni tipo di confine. È questo quello che si racconta in “Raffa”, la docu-serie disponibile su Disney+ (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick) dal 27 dicembre, diretta da Daniele Luchetti e scritta da Cristiana Farina con Barbara Boncompagni, Carlo Altinier, Salvatore Coppolino e Salvo Guercio.

Non una sorta di biografia televisiva ma un lungo viaggio nella vita della grande diva pop, tra quella pubblica e patinata e quella privata, lontana dalle luci, dalle telecamere e dai giornalisti. Vi diamo 3 buoni motivi per guardare questa docu-serie che si divide in tre puntate.

“Raffa”, 3 buoni motivi per guardare la docu-serie

Uno scatto di Raffaella Carrà da giovane (Blueshouse.it)

Il primo buon motivo per guardare “Raffa” è quello di scoprire chi era davvero Raffaella, non la Carrà ma la Pelloni, quella che ha fatto innamorare milioni di italiani e non solo con le sue canzoni e gli show televisivi ma anche molto, molto altro che i più non conoscono. Nella vita privata, infatti, Raffaella era una donna che amava stare a casa, in tranquillità, per riprendersi i suoi tempi ed i suoi spazi.

Precisa a puntigliosa sul lavoro, esuberante e piena di grinta, lavoratrice instancabile, non smetteva però di emozionarsi ogni volta che doveva salire sul palco. Un dettaglio che nella docu-serie viene raccontato da Fiorello per capire contemporaneamente, e a più livelli, il suo essere in un andirivieni ed in una serie di strati che rapisce lo spettatore.

Nello stesso tempo capiamo anche il lungo percorso che la giovane Raffaella ha dovuto fare per diventare la Carrà che oggi conosciamo, lei che aveva rifiutato Hollywood dopo Frank Sinatra, i film e le prime interviste da personaggio pubblico, per ritornare in Italia, il suo Paese. Aveva avuto coraggio e a piccoli passi, dopo il cinema ed il ballo, in tv avava portato la sua personale rivoluzione fino agli anni Novanta avendo successo anche in Spagna ed in Sud America.

L’importanza del passato

I due volti della Raffaella che tutti abbiamo amato, quello privato e quello pubblico, condividevano una cosa: il passato dal quale entrambe arrivavano, quello della provincia, di un’infanzia trascorsa senza un padre e dei pregiudizi che c’erano nelle periferie delle città nell’Italia del dopoguerra desiderosa di ricominciare e scrivere un nuovo capitolo della sua storia.

Francesca Bloise

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