Ogni stagione dei premi ha un momento in cui la conversazione cambia tono. Non si parla più solo di chi vincerà, ma di quanto un film sia riuscito a imporsi nell’immaginario dell’Academy.
Le candidature diventano una misura di potere simbolico, un termometro che racconta consenso, ambizione e, talvolta, eccesso.
Succede raramente, ma quando accade il dibattito si accende: c’è chi grida al capolavoro annunciato, chi parla di overhype, chi inizia a scavare nella memoria per cercare precedenti illustri. Perché accumulare nomination non significa automaticamente dominare la notte degli Oscar. Anzi, spesso è vero il contrario.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda ricorrente, che torna puntuale ogni volta che un film rompe gli equilibri.
Record, illusioni e storie che si ripetono
Nel corso della storia degli Academy Awards, molti titoli hanno sfiorato l’onnipotenza sulla carta per poi scontrarsi con una realtà più complessa. Film osannati, citati ovunque, presenti in quasi tutte le categorie possibili. Eppure, alla fine, non sempre ricordati per il numero di statuette vinte.
Le nomination, infatti, raccontano anche le contraddizioni dell’Academy: l’amore per il cinema tecnico, l’attenzione alle interpretazioni, il fascino dei grandi affreschi produttivi. Ma più cresce il numero delle candidature, più aumenta il rischio di restare schiacciati dalle aspettative.
È solo a metà di questo viaggio nella memoria che emerge il vero punto di partenza di questa riflessione.
La rivelazione: i film con più nomination nella storia degli Oscar
A riaprire il discorso è stato Sinners, il film di Ryan Coogler, che con 16 nomination ha stabilito un nuovo record assoluto, superando tutti i precedenti. Un risultato che ha immediatamente acceso il confronto con i titoli più “ingombranti” della storia degli Oscar.
Subito sotto, a quota 13 candidature, troviamo una vera costellazione di film leggendari.
C’è One Battle After Another, ambizioso e corale, che ha raccolto nomination in quasi ogni comparto creativo, dalla regia alle interpretazioni, dalla musica alla fotografia.
C’è Emilia Pérez, caso emblematico di entusiasmo iniziale seguito da una brusca frenata, capace comunque di portare a casa due premi nonostante le polemiche.
C’è Il curioso caso di Benjamin Button, che dominò le candidature del 2009 ma dovette arrendersi allo strapotere di The Millionaire.
Impossibile non citare Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, il capitolo più nominato della trilogia, e La forma dell’acqua, che vinse il premio come miglior film pur lasciando sul terreno nove categorie.
La lista prosegue con titoli che hanno fatto la storia del cinema:
Mary Poppins, simbolo di esuberanza tecnica e musicale;
Chi ha paura di Virginia Woolf?, presente in tutte le categorie di recitazione;
e Chicago, vincitore come miglior film senza trionfare né in regia né nelle interpretazioni principali.
Il dato che accomuna tutti questi titoli è uno solo: molte nomination non garantiscono una notte di gloria. Spesso raccontano piuttosto l’ambizione di un’opera, la sua capacità di occupare spazio, di dividere e affascinare.
Con Sinners, il discorso si riapre da capo. Sedici candidature sono un traguardo mai visto. Resta da capire se diventeranno leggenda… o l’ennesima dimostrazione che agli Oscar conta di più come finisci, non quanto rumore fai prima.