Per il grande pubblico Audrey Hepburn è sempre stata il volto dell’eleganza senza tempo, la ragazza che passeggia in Vespa tra le rovine di Roma o sorseggia caffè davanti alle vetrine di Tiffany. Proprio per questo, quando alla fine degli anni Sessanta accettò un progetto radicalmente diverso, l’effetto fu dirompente.
Un film capace di ribaltare l’immagine pubblica di una star, mettendola a nudo in un gioco di tensione psicologica, paura e silenzi. All’epoca fece discutere, oggi è considerato un modello di suspense pura, costruita con precisione chirurgica e senza bisogno di effetti speciali.
Solo a metà visione si comprende davvero la portata dell’operazione. Il film è Gli occhi della notte (1967), diretto da Terence Young e tratto da un celebre testo teatrale. Qui Audrey Hepburn interpreta Susy, una donna rimasta cieca da poco, sola nel suo appartamento e presa di mira da tre criminali pronti a tutto.
La sfida per l’attrice fu totale. Per rendere credibile il personaggio, Hepburn decise di prepararsi in modo quasi ossessivo: frequentò centri specializzati per non vedenti, imparò a leggere il Braille e a muoversi affidandosi esclusivamente agli altri sensi. Durante le riprese indossò lenti a contatto che le offuscavano la vista, costringendola a vivere davvero quella condizione sul set.
Lei stessa ammise in seguito che fu il ruolo più faticoso della sua carriera, non solo sul piano fisico, ma emotivo. Il film richiedeva uno stato di tensione costante, una paura trattenuta che non concedeva tregua, né al personaggio né all’interprete.
A rendere quell’esperienza ancora più complessa contribuì anche la vita privata. Durante le riprese, il matrimonio con Mel Ferrer stava crollando. I due lavoravano insieme, ma il clima sul set era segnato da silenzi e fratture ormai insanabili. Hepburn racconterà anni dopo che quel periodo, pur professionalmente esaltante, fu tra i più dolorosi della sua vita.
Anche per chi stava dall’altra parte della macchina da presa non fu semplice. Alan Arkin, interprete del villain Roat, era nella realtà profondamente intimidito e rispettoso di Hepburn. Dopo ogni scena particolarmente dura, sentiva il bisogno di scusarsi con lei. Un paradosso, considerando che la sua interpretazione è ancora oggi citata tra le più disturbanti del cinema.
Il film entrò nella storia anche per il suo finale. Il celebre balzo improvviso di Roat è considerato uno dei primi veri jump scare moderni: nelle sale, il pubblico urlava e sobbalzava sulle poltrone. Non a caso Stephen King ha più volte indicato quella scena come una delle più spaventose mai viste sul grande schermo.
A suggellare il mito arrivò una trovata senza precedenti: su richiesta del regista, durante l’ultimo quarto d’ora le sale cinematografiche spegnevano quasi tutte le luci, per far vivere agli spettatori lo stesso buio della protagonista. Un’esperienza immersiva ante litteram, che trasformò “Gli occhi della notte” in qualcosa di più di un semplice film.
Un’opera che valse ad Audrey Hepburn una nomination all’Oscar e che dimostrò, una volta per tutte, quanto fosse capace di andare oltre l’icona. Anche quando il buio faceva davvero paura.
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