Un Mondiale immenso, stadi pieni, notti lunghe. Ma dopo le prime settimane resta un retrogusto strano: il calcio ha corso, i conti hanno guidato. E il “ripescaggio” delle terze, pensato per allargare il sogno, ha finito per schiacciarlo in una calcolatrice.
Il nuovo Mondiale 2026 a 48 squadre ha portato la massima rassegna a un’altra dimensione. Dodici gironi da quattro, 72 partite solo per la fase a gironi, un torneo da 104 gare totali. Numeri mai visti. La promessa era chiara: più spettacolo, più equilibrio, più paesi coinvolti. L’effetto collaterale? Il ripescaggio delle terze.
In teoria, un’idea inclusiva. In pratica, un incentivo a fare i conti. Con 12 gruppi, passano le prime due e le otto migliori terze: la “soglia virtuale” si assesta intorno ai 4 punti, talvolta bastano 3 con una buona differenza reti. Chi gioca per ultima lo sa. E qui nasce il cortocircuito: l’ultima giornata dei gironi non finisce in contemporanea fra tutti i gruppi. Alcune squadre entrano in campo conoscendo già quante reti servono per rientrare tra le “migliori terze”. È sport? Sì. È ciò che amiamo del calcio? Non proprio.
Il meccanismo non è nuovo. Tra il 1986 e il 1994 al Mondiale si ripescavano quattro terze su sei. Agli Europei dal 2016, con 24 squadre, succede lo stesso: ricordate il Portogallo campione partendo da terza, con tre pareggi ai gironi? Il segnale è chiaro: quando apri una porta di servizio, le squadre imparano a usarla. Più prudenza, più partite “gestite”, più attenzione ai dettagli di fair play (i cartellini pesano nei criteri di spareggio). In Nord America, con viaggi lunghi e rotazioni d’obbligo, la tendenza si accentua: chi ha 4 punti può permettersi di abbassare il ritmo; chi insegue guarda il tabellone e fa i conti.
Non è questione di romanticismo. È struttura. La matematica del formato modifica il comportamento. Il pubblico lo percepisce: meno duelli frontali, più gare “a somma non negativa”. E quando la classifica delle terze si aggiorna in tempo reale, l’ultima mezz’ora diventa un esercizio di ragioneria. Bello? A qualcuno sì. Ma il Mondiale dovrebbe vivere di urti, non di margini.
Qui entra l’idea che circola nei corridoi della Fifa: passare a un format da 64 squadre. Va detto con chiarezza: ad oggi non esiste una delibera ufficiale. È un’ipotesi, ma coerente con due obiettivi: eliminare il ripescaggio delle terze e aumentare la platea globale. Con 64 nazioni, 16 gironi da quattro e passaggio diretto delle prime due al tabellone da 32, sparisce la classifica incrociata delle terze. Fine dei calcoli “esterni”, tutti con la stessa missione: arrivare almeno secondi.
I pro? Regole più pulite, equità competitiva più lineare, meno partite “a specchio”. I contro? Un altro balzo di dimensioni: fino a 128 gare, calendario ancora più denso, ulteriore pressione su club, giocatori e tifosi. E poi la domanda scomoda: il mondo del calcio ha davvero 64 selezioni pronte al livello del Mondiale, senza diluire il livello tecnico?
In fondo, il punto è qui. Vogliamo un torneo che racconti storie o che le contabilizzi? Se il 2026 ci ha insegnato qualcosa, è che le regole scrivono la trama. Togli il ripescaggio e torni al duello. Lo tieni e moltiplichi i calcoli. E allora, la prossima volta che il pallone rotola, preferiamo il colpo di tacco o la calcolatrice sul seggiolino?
Antoni Porowski, volto del cibo in Queer Eye, esplora l'Italia attraverso la sua cucina semplice…
L'Europa è colpita da un'ondata di calore senza precedenti, con temperature medie tra +5 e…
"Lewis Hamilton porta un nuovo stile di leadership alla Ferrari, puntando su metodo, chiarezza e…
Ricordando la strage di Viareggio del 2009, l'articolo esplora l'impatto delle immagini della tragedia sulla…
Dopo un tragico incidente a Ceriale, un audio minaccioso diventa virale, sollevando domande sulla responsabilità…
L'articolo esplora l'emigrazione record in Italia nel 2024, con 141mila italiani che lasciano il Paese,…